Segnaliamo l’interessante intervista al Maestro Ezio Flammia su “La Maschera di Tespi”
https://lamascheraditespi.altervista.org/intervista-di-simona-agostini-al-maestro-ezio-flammia/
La maschera è antica quanto l’uomo. Non un vezzo, non un ornamento, una necessità esistenziale. Nata per lenire il peso della vita e per decifrare i fenomeni della natura che sembravano indecifrabili, essa si è ammantata di sacralità fin dalle origini. Serviva a esorcizzare l’angoscia, a controllare energie ostili, a connettersi con la sfera spirituale attraverso riti iniziatici. La più antica raffigurazione nota, l’Uomo Leone, risalente a circa 40.000 anni fa, testimonia già l’uso della maschera per acquisire proprietà protettive e metamorfiche.
Nove millenni dopo, i crani modellati di Gerico e le maschere di pietra di Pnei Hever segnano il passaggio dalla manipolazione rituale dei resti umani alla creazione artistica di fisionomie immortali. In Grecia e in Egitto, il lino, materiale puro, legato al mito di Linos e al dio Dioniso, diventa il supporto delle maschere teatrali, i pròsopa. Coprivano l’intero capo e venivano completati dall’ónkos, una parrucca che aumentava l’altezza del personaggio. Indossare la maschera significava incarnare una divinità, cosa vietata a viso scoperto. La parola stessa persona, dal latino,racchiude questa duplicità, “un suono attraverso” che dà identità e ruolo.
Ma con Tertulliano, tra II e III secolo d.C., la Chiesa condanna gli spettacoli mascherati, giudicandoli immorali e sacrileghi. Eppure la maschera non scompare: si ritira, si nasconde, sopravvive nei carnevali, nelle feste popolari, nei teatri di figura. E proprio in questi luoghi umili trova la sua materia più fedele: la cartapesta.
La materia povera che diventa nobile
In Italia le notizie sulla lavorazione della cartapesta sono per lungo tempo scarse e frammentate. Le prime testimonianze scritte risalgono a un manoscritto di Neri di Bicci, tra il 1453 e il 1475, una sorta di diario di bottega in cui si annota la produzione di “3 delfini e 4 simboli degli Evangelisti di cartapesta, opera di Giuliano da Maiano”. Perché questa tecnica è stata così poco considerata? La risposta sta nel pregiudizio. La cartapesta è un materiale povero, fatto di fogli di carta macerati nell’acqua, stracci e colla. Umile rispetto al marmo, al bronzo, al legno dei grandi maestri.
Eppure, proprio grazie all’abilità e alla manualità dell’artista, questo materiale diviene nobile. Con esso sono stati modellati burattini, giocattoli, bambole, scatole laccate, veri gioielli per originalità di esecuzione. Come ha scritto chi di questa arte ha fatto una ragione di vita, l’arte della cartapesta è un’arte della tradizione popolare, ma queste opere di “tono minore” sono importanti perché abbelliscono altari, soffitti, decorazioni di palazzi reali. E a realizzarle sono stati artisti del calibro di Lorenzo Bernini, Andrea Verrocchio e Benedetto da Maiano. A Roma, nel Seicento, la cartapesta veniva usata nelle celebrazioni liturgiche solenni e nel Carnevale, per carri allegorici e maschere destinate a scomparire e a rinnovarsi, perché la cartapesta è il materiale più adatto al riciclo, alla trasformazione, alla rinascita.
L’umile che svela il divino (cartapesta e guscio d’uovo)
L’ Intervista:
Il Maestro Ezio Flammia tutti questi concetti li espone nelle università, in un percorso che spazia tra filosofia e arte. Questa intervista ci è stata rilasciata nelle aule dell’Accademia delle Belle Arti di Roma, con il coinvolgimento di università esterne: ad ascoltarlo erano presenti professori ed allievi dalla Turchia, dalla Spagna e naturalmente dall’Italia, in particolare dai dipartimenti di Nuove Tecnologie e Arti Visive.
Abbiamo incontrato il maestro Ezio Flammia. Ha ottantotto anni, una memoria vivida e le mani ancora abituate a impastare carta e colla. Scenografo, costumista, restauratore, autore di vari libri tra i quali Fare cartapesta e scultura di stoffa e Storia dell’arte della Cartapesta, Flammia ha dedicato la sua vita a dimostrare che la cartapesta non è un’arte minore. In Occidente, ci racconta, è stata penalizzata da pregiudizi legati alla provenienza umile della materia. Stracci, carta e colla sembravano inadatti a vere opere d’arte. Eppure Donatello, Jacopo della Quercia, Bernini e tanti altri hanno creato capolavori di cartapesta che ancora oggi possiamo ammirare.
Maestro, la maschera nasce come oggetto sacro. La cartapesta, invece, è sempre stata considerata un materiale “da poveri”. Come si conciliano questa sacralità e questa umiltà?
”Si conciliano nell’atto creativo. Il lino dei greci era povero, eppure sacro perché puro. La cartapesta non è diversa. La sua umiltà la rende disponibile a diventare qualsiasi cosa l’artista voglia, un dio o un buffone, un volto tragico o comico. La sacralità non sta nel materiale, sta nelle mani che lo plasmano e nell’anima che lo indossa.”
E oggi la cartapesta vive ancora?
“Vive a Napoli, a Viareggio, a Matera con Ortega. Vive nei film americani che usano le nostre scenografie. Ma soprattutto vive ogni volta che qualcuno prende un foglio di carta, lo strappa, lo bagna, lo modella. Essere moderni, me lo lasci dire a quest’età, significa impossessarsi della quintessenza della sapienza di chi ci ha preceduto.”
L’alchimia estetica con le scaglie d’uovo
Negli ultimi anni, però, il maestro ha compiuto un passo ulteriore. “La cartapesta è meravigliosa, dice, ma sentivo il bisogno di darle una pelle diversa, più fragile e insieme più resistente. Così ho pensato alle uova”. Sopra la superficie di cartapesta, Flammiaapplica minuscole scaglie di guscio d’uovo, una per una, come tessere di un mosaico. Il guscio è sorprendentemente duro, resistente, e la sua curvatura naturale dona alla maschera una lucentezza madreperlacea.
“L’uovo è simbolo di origine, di vita che si schiude, di rinascita. Quando una maschera viene ricoperta di scaglie d’uovo, non è più solo un volto di carta: diventa un uovo che si apre al mondo, una nascita continua. Chiamo questo processo alchimia estetica, perché trasforma la materia povera in qualcosa di iridescente, di unico. La maschera così acquisisce una forza nuova: non nasconde più, ma svela.”
La maschera che svela e conduce oltre il volto sociale
E qui il discorso si fa filosofico. Abbiamo chiesto al maestro di aiutarci a distinguere due maschere opposte. “La maschera sociale, spiega, è quella che indossiamo ogni giorno per adeguarci alle convenzioni. Ci dice come dobbiamo apparire, cosa dobbiamo provare, cosa dobbiamo tacere. È una prigione dorata.”
“La maschera artistica, invece, è una liberazione. Quando una persona indossa un volto di cartapesta o di guscio d’uovo, diventa anonima. E proprio quell’anonimato le restituisce il coraggio. Il coraggio di piangere senza vergogna, di urlare una rabbia trattenuta per anni, di confessare desideri che il volto quotidiano non osa nemmeno sussurrare.”
Attraverso l’anonimato, paradossalmente, si genera la più autentica forma di empatia. “Il dolore che esce da quella maschera, continua Flammia, non è più un dolore privato. Diventa universale. Ogni spettatore lo riconosce come proprio. La maschera artistica favorisce una concessione empatica universale: ci rende tutti uguali, tutti fragili, tutti veri”.
Un ritorno agli antichi splendori
Oggi l’attività della cartapesta in Italia vive nel napoletano, nei carri di Viareggio, nei laboratori di artisti raffinati come José Ortega a Matera, nel mondo dei burattini, dei giocattoli, delle scenografie temporanee per il cinema americano. Ma il maestro Ezio Flammia ci invita a guardare oltre. “Se in passato la cartapesta ha raggiunto livelli di eccellenza, capace di assecondare le idee degli artisti sino a essere definita la tecnica universale, ogginella modernità potrebbe tornare agli antichi splendori. Perché essere moderni significa, e conclude con un sorriso, impossessarsi della quintessenza della sapienza di chi ci ha preceduto”.
La maschera di cartapesta, di scaglie d’uovo non è un giocattolo. È un confine sacro tra l’umano e il divino, tra ciò che mostriamo e ciò che siamo davvero. E forse, indossandola, impariamo finalmente a toglierci di dosso la maschera più pesante, quella che la società ci ha cucito addosso.
Un ringraziamento speciale al maestro Ezio Flammia, che con la sua arte e la sua parola continua a insegnarci che l’umile può essere divino.
Simona Agostini, Presidente di Pléiade International Award
