In margine alla presentazione in Senato del catalogo “Futurismo-post-Futurismo: l’arte che non si ferma”, mostra ospitata nei mesi scorsi presso lo Spazio culturale La Vaccheria, la “casa romana della pop art” nel Municipio IX Roma Eur, pubblichiamo il contributo della dott.ssa Silvia Bottaro che ha curato la sezione dedicata a Farfa nel catalogo.
Spigolature su Farfa di Silvia Bottaro
Parlare di Farfa, pseudonimo di Vittorio Osvaldo Tommasini (Trieste, 10 dicembre 1879 – Sanremo, 20 luglio 1964), è per me sempre un’emozione perché, sebbene piccola d’età, l’ho conosciuto e visto quasi tutti i giorni nel quartiere di Villapiana (a Savona) dove sono nata e dove l’artista viveva, in via Istria nella casa dei Combattenti al piano terra in un piccolo appartamento. Un quartiere popolare, in espansione dopo la fine della seconda guerra mondiale, dove il monumentale caseggiato dell’inizio di via Istria, scandiva la salita a via Firenze, dove vivevo io, in cui erano situate alcune gallerie antiaeree durante la seconda guerra mondiale, più volte descritte da Farfa sotto i bombardamenti del 1942, ma dove lui mai si è recato. In piazza Brennero, appena sotto via Istria, erano sorti i negozi di alimentari, la farmacia, la latteria, il macellaio dove tutto il quartiere faceva riferimento e così mia madre Clara, portandomi per mano, scendeva la discesa di via Firenze, poi quella di via Istria, in fondo passava davanti all’abitazione di Farfa e lo si incontrava a fare acquisti negli stessi negozi. Lo ricordo benissimo: imponente, alto, massiccio, con la testa grande incassata tra le spalle e spesso coperta da un grande cappello nero, senza forma, così come le tasche della sua giacca del pigiama felpato (color “fegato andato a male” come ha scritto il pittore Gigi Caldanzano) gessato, con le ciabatte di pezza. Appena vedeva entrare una signora, per esempio nel negozio del macellaio, lui che non acquistava nulla ma attendeva che il commerciante gli donasse alcuni fogli di carta paglia gialla, si avvicinava, così accadeva a mia madre Clara, le faceva il baciamano (notare che Clara portava sempre i guanti di pelle d’inverno e di cotone d’estate) inchinandosi con grande eleganza e, poi, tuonava con la sua voce qualche frase mentre a me, piccola bimba, donava delle mentine colorate di zucchero che teneva “al caldo” nella tasca, mescolate alle fibre infeltrite della giacca… il tutto era inguardabile, men che meno consumabile. Mia madre mi diceva di ringraziare e me le toglieva di mano per riporle nella borsetta. Farfa era sempre così attratto dalle donne, era galante e lo è stato sempre anche con le gemelle Kessler quando, avendo ormai la televisione, le seguiva nei vari programmi: scrisse loro delle poesie e mandò in dono una sua cartapittura. Era affascinato dalle loro “gambe incalzate” per via della censura del tempo. Questi ricordi personali s’intrecciano, quindi, con la ricerca che ho fatto partendo dal Capitano Nosenzo della LitoLatta, attraverso Acquaviva, grande amico di Farfa, fino a Vittorio Osvaldo Tommasini che, pur avendo abitato a Savona dagli anni Trenta all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, nessuno ricorda e nessuna istituzione lo ha celebrato.
Ringrazio il Centro Internazionale “Antinoo” che mi ha dato questa possibilità e tutti coloro che attraverso, anche, al mio lavoro hanno potuto meglio avvicinarsi a questa personalità poliedrica, innovativa, senza dubbio “futurista”. Su Farfa c’è ancora molto da ricercare e trovare, tanto che ho iniziato a rintracciare dai giornali del tempo i suoi interventi scritti, le sue poesie perché vorrei, se riuscirò, a scrivere un testo come “spigolature su Farfa”.
Per concludere ringraziandovi per l’attenzione, riporto una sua poesia dal titolo
Stazione
Vidi la tettoia arcuata
Quale bocca di gitana
Allontanare un sigaro fumante
Di treno in partenza
Riaccostando alle labbra
Il diretto in arrivo
Finchè sputò lontano
L’ultimo mozzicone
D’un vagone merci
FARFA
