Per celebrare i suoi trent’anni di mostre, lo scultore Ylli Plaka ha ideato e organizzato un’intensa esposizione con i lavori, collocati nel Giardino storico di Villa Cambiaso a Savona.
Conosco Plaka dal 1991, appena sbarcato a Savona, lasciandosi alle spalle il suo Paese – l’Albania – che in allora negava la libertà ai suoi Figli e Ylli è sempre stato una persona “libera” e così ha cercato di allontanarsi da quella tirannia, oppressione, arrivando nel nostro Paese, a Savona. Qui ha esposto, per la prima volta, assieme ad altri artisti albanesi nella sua stessa condizione, nell’atrio del civico Palazzo di Savona dove chi scrive, in allora svolgeva la professione di direttore della civica Pinacoteca e Museo, assieme alla Croce Rossa locale, ha accolto le varie opere. Da quella volta ho seguito la sua maturazione, evoluzione, le molte mostre organizzate in Italia e all’estero (Germania, Francia, Grecia, Romania, Turchia), fino a questa davvero suggestiva dove le sue sfere, il suo grès giocava e si nascondeva tra il verde e gli alberi antichi del Giardino di Villa Cambiaso.
Esposizione particolarmente opportuna e straordinaria per ricordare, anche, gli 800 anni del “Cantico delle Creature” di San Francesco d’Assisi: occasione per rileggere il rapporto tra natura e uomo e il “giardino” (reale o metaforico) che è da sempre il terreno di mediazione tra umanità e creato. Nel giardino confluiscono cultura e natura, arte e scienza. Francesco canta l’amore per tutte le creature, non come un ecologista banale e frettoloso: “(…) Quel che rende amabile la natura (…) è l’essere “formata”, al pari d’ un artista che forma un’ opera, ovvero ne ricava bellezza, come dice delle stelle, dall’’Altissimu’”(D. Rondoni, La Lode irresistibile di Francesco, in “Luoghi dell’Infinito”, n. 305, maggio 2025, p. 18). In questo giardino storico, privato di Villa Cambiaso, ormai aperta al pubblico attraverso numerose iniziative culturali, non siamo di fronte al tipico spazio più noto – all’italiana, alla francese, all’inglese – ma ci troviamo in un ambiente meno sfarzoso, in un certo senso, più vicino, a mio parere, alla sensibilità contemporanea: una certa separazione dal contesto urbano, la presenza di tipi botanici particolari, la compresenza di erbe officinali e ornamentali, molti pergolati con una chiara predilezione per la semplicità e la sobrietà. In tale ambiente la libertà creativa di Plaka ha trovato terreno fertile: il suo allestimento è stato inserito, infatti, nelle aiuole del giardino, ha creato “nidi” magici sotto i pergolati, il verziere ha abbracciato i suoi totem in grès. Suddetto materiale, si può definire, raro nella storia delle arti in Italia: il grès – impasto di argilla e altre componenti minerali cotto a elevate temperature – è stato al centro della mostra e fa venire alla mente l’arte del grande ceramista/scultore Carlos Carlè (nato a Oncativo, in Argentina, nel 1928, deceduto in Savona nell’aprile 2015). Il percorso espositivo di siffatta mostra (“Il Giardino dell’Anima”- 31 maggio- 15 giugno 2026 – nel Giardino Storico di Villa Cambiaso a Savona) si è presentato come un vero saggio plastico-visivo che va alla ricerca di analogie compositive, estetiche, formali e cromatiche. Molte opere esposte hanno dimensioni maiuscole, direi monumentali , caratterizzate dalla lavorazione magistrale del grès ad alta temperatura. Si è notato, quindi, la predilezione per la sfera e la verticalità di certe colonne, ispirate ai megaliti, menhir, dolmen, financo l’esame di forme arcaiche: le sue opere presentano, molto spesso, trame rugose, tagli che compongono sezioni e porzioni nette, tensioni che evocano la fragilità e la memoria della Terra, nonchè il respiro dell’anima. Possono sembrare “preghiere” laiche, figure simboliche: allegorie di stelle, lune, volti umani e animali. “La sfera è la forma perfetta, e l’autore vi torna spesso nella sua continua ricerca formale (…) L’eleganza dei suoi lavori salta subito agli occhi, sia quando si esprime nel figurativo che quando usa le forme pure in chiave simbolica (…)” (A. Sgarlato). Ylli Plaka si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Tirana (Albania) come scultore ceramista, ha seguito i corsi di scultura del Prof. Thoma Thomai e di ceramista con il Prof. Kristo Krisiko, poi arrivando a Savona, ha frequentato l’ambiente di Albisola, trovandosi immerso in un contesto ricco di ricordi e presenze di artisti come Fontana, Jorn, Matta, Baj e Lam, protagonisti dell’età d’oro della ceramica e dell’arte moderna. Tutto ciò porta Plaka a un proprio singolare, specifico linguaggio perché, ormai, è uno degli interpreti dell’attuale plastica italiana ed europea: rifugge dalle mode correnti, è libero nel solco della sua storia e ha tratto dalla tradizione dell’argilla albisolese il “respiro” della grande arte italiana e internazionale.
Le sue mani, come un vero artiere, hanno seguito l’idea innovativa della ricerca sulle forme, il segno, sull’uso dell’oro e dell’argento in certe “maschere”, senza tempo, che brillano alla luce solare nella pace dell’aiuole del giardino di Villa Cambiaso. Modellazione diretta, direi quasi istintiva, sempre carica di energia financo immaginifica, prendendo, in un certo senso, le distanze dal tecnicismo artigianale, perché gli interessa primariamente sperimentare, con la massima libertà, indipendenza, autonomia le potenzialità espressive della materia. Riesce a coinvolgere dinamicamente lo spazio nella materia, dando origine a sorprendenti configurazioni ricche di vitalità plastica e, financo, cromatica non avendo confini tra mera figurazione e astrazione. Così passiamo dal “rosario” delle tartarughe (il rimando è alla ceramica classica dove la tartaruga richiama il mito di Ermes (Mercurio), che secondo la tradizione creò la prima lira proprio svuotando il guscio dell’animale, oppure all’ estremo Oriente quando la minogame (tartaruga con la coda formata da alghe) è considerato un animale fantastico simbolo di immortalità e stabilità. Mentre le culture native e oceaniche la vedono invece come pilastro della Terra e custode della famiglia) a quello, sempre in senso ascensionale, come totem con i gufi: “… solo i gufi sembrano mantenere una loro squadrata fissità, come si conviene al loro ruolo di vigili sentinelle della notte.(…)” (L. Caprile). L’iconografia del gufo (spesso affiancato o scambiato con la civetta) affonda le sue radici con la mitologia legata a Atena, dea della saggezza: questa figura, nel tempo, è, divenuta icona di conoscenza, fortuna con i suoi occhi sbarrati, colorati, perché l’animale può vedere oltre il buio, quindi, le apparenze. Questa iconografia è molto celebrata nella ceramica tradizionale artigianale, per esempio, di Caltagirone.
Alcune “lune” di Plaka hanno il volto – maschera decorato col blu intenso, evidente rimando, in un certo senso, alla storia della ceramica savonese nota nel mondo con la decorazione bianco/blu (l’”Antico Savona”), introdotta nel XVII secolo dalla famiglia di artisti Guidobono, in particolare da Giovanni Antonio Guidobono (1631–1685). Tali blu e azzurri decisi e l’uso dell’oro rammentano alla memoria, se vogliamo, risonanze dalla straordinaria Crocifissione di Donato de’ Bardi, un unicum nel panorama della pittura rinascimentale (conservato nella civica Pinacoteca di Savona), in questo caso ci interessa notare l’uso di materiali preziosi, come le dorature e il lapislazzulo, ricordiamo che l’opera firmata è stata presumibilmente eseguita fra il 1430 e il 1440 su tela (lavoro aggiornato sulle esperienze dell’Ars nova di Fiandra).
Plaka ha partecipato a diverse mostre nei più importanti centri ceramici italiani, oltre a Albissola Marina, ricordiamo le sue mostre personali al Museo civico “Rocca Flea” a Gualdo Tadino (PG) nel 2015, al Museo della Ceramica di Castellamonte (TO), alla Casa Museo Sartori di Mantova.
A Villa Cambiaso il suo “bestiario “ è stato ampio, dalla ranocchia al coniglietto, l’arte dialoga con la scienza, in un certo qual senso. Plaka ci invita, a mio parere, a riflettere sul valore del giardino e, più in generale, sull’idea di curare la terra: la sua mostra è stata una sorta di “racconto” che parla di luoghi vicini e lontani (le lune, il cielo) dove l’idea di giardino è un processo in divenire, dove si intersecano conoscenza, educazione botanica, scienza, estetica e senso di responsabilità. Prende forma un’idea di coesistenza che vive tra silenzio e parola, tra immaginazione e gesti concreti, questa è la “cura” di un luogo, del giardino. Il rimando corre agli orti e ai giardini dei conventi antichi dove si alternavano momenti di lavoro, di meditazione, di preghiera: luogo di quiete e di sobrietà. Il rigore del lavoro/ricerca di Plaka , plasmato dal rispetto per il DNA popolare che lo sottende, non sconfina mai nel tempo della forma pop, oppure nel kitsch, ma guarda, in un certo senso, alla favola, al mito corroborato dalla contemporaneità, grazie alla sua originale sintesi tra la linea e il volume.
Silvia Bottaro





